VINCENZO BORGARELLO (CENSIN)

Eccovi rivelata l’identità del personaggio misterioso, ed ora vi racconto un po’ della Sua storia, così  capirete il motivo che mi ha spinto ad indagare su di Lui. Se lo cercate su Wikipedia saprete che questo signore vinse tra l’altro tre tappe al Tour de France nel 1913 e seppe guadagnarsi il titolo di corridore ciclista più apprezzato d’Italia attraverso un referendum organizzato dalla Gazzetta dello Sport nel 1912.

Censin alla partenza di una Parigi-Roubaix

Conclusasi la carriera ciclistica, Vincenzo (detto Censin)pensò bene di mettersi subito all’opera per investire quel che aveva guadagnato, sicuramente non senza fatica ed impegno, e decise di contattare niente meno che la Harley Davidson, della quale divenne in breve importatore unico per l’Italia. Fu così che aprì un bel negozio con annessa officina in via Camerana a Torino.

foto storica del negozio di To, a sx V Borgarello - moglie - sulla moto Mr Harley e Mr Davidson - dietro ai vetri a destra Giovanni Bairo garzone d'officina

Il nostro personaggio portò avanti con passione questa attività per il resto della sua vita e non avendo avuto eredi lasciò il tutto nelle mani del nipote Giovanni Bairo che era entrato nell’azienda da ragazzino e ne era divenuto il gestore insieme alla moglie che pure era impiegata in ufficio.

                         Giovanni Bairo e sua figlia Luciana – sul sidecar il fratello Marco.

Quando alla morte di Censin, avvenuta il 6 gennaio 1969, la ditta Borgarello passò definitivamente nelle loro mani le vendite delle Harley Davidson si erano ridotte, sempre più contrastate dalla concorrenza prima europea e in seguito giapponese che ogni anno più prepotentemente limitava il mercato dalle grosse bicilindriche. Fu senza dubbio questo uno dei motivi che spinsero i coniugi Bairo ad affiancare ad  Harley Davidson e Bianchi, un nuovo marchio che producesse moto specifiche per il fuoristrada, onde poter entrare in questo nuovo settore emergente e crearsi una propria immagine in questo particolare ambiente.

Fu così che i coniugi Bairo si recarono in Spagna dove si incontrarono  con i dirigenti della Orpheo Sincronic S.A. e ne scaturì il primo contratto esclusivo di importazione delle moto OSSA in Italia, contratto al quale la ditta BORGARELLO ha saputo essere fedele fino alla sua chiusura, avvenuta nel ’82.

Nell’estate dello stesso 1969 arrivò a Torino la prima fornitura di moto OSSA, per l’esattezza si trattava di due PENNINE da trial e di quattro ENDURO 230

certificato di importazione in Italia delle prime moto OSSA.

Così possiamo dire di sapere qualcosa di più di una storia che forse aspettava solo di essere scritta, la mia fortuna è stata quella di trovare ad un mercatino in mezzo a del materiale Ossa proveniente da un vecchio concessionario di Susa la fotografia datata 1947 di un uomo sorridente su una H.D. e di aver intuito che tra lui e la Ossa un legame ci doveva pur essere, così mi sono dato da fare fino a riuscire a contattare la nipote dei coniugi Bairo che con orgoglio mi ha confermato l’identità del personaggio consentendomi di ricostruire  il succedersi di avvenimenti che interessano tutti gli appassionati di questo marchio.

      

Non posso non provare una forma di affetto e di riconoscenza verso quest’uomo  creatore di una ditta che poi, con Giovanni Bairo e consorte, avrebbe  fatto felici gli appassionati in 13 anni costellati di successi sportivi, e forse quel suo sorriso è di compiacimento per tutto questo………..

Come sempre la felicità non sta nel denaro, ma nel lavoro e nell’orgoglio per ciò che si è fatto……………….grazie a entrambi!

 

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Un vero gioiello: La PHANTOM 125 del’76 di Llorenc

Questa è una moto davvero particolare, infatti non risulta sulle pubblicazioni che riassumono la produzione Ossa (in effetti non esiste una lista veramente completa di tutti i modelli prodotti), si tratta di un esemplare che è stato ritrovato negli SS.UU. dove i modelli da cross erano in massima parte venduti: con tutta probabilità  era stata affidato dalla casa madre all’importatore per verificare la possibilità di metterla in produzione.  La moto è praticamente identica alla 250 con pochissime differenze: monta un motore da 125 cc simile a quello del modello ’75. Il motore della Phantom 125 del ’74/75 era il medesimo che veniva montato sul più diffuso modello da Enduro: le uniche differenze tra le due moto erano limitate al colore delle plastiche ed al diverso andamento dello scarico che nella prima era montato in basso mentre nella seconda passava sotto il serbatoio come nei modelli E’73 e Super Pioneer.  Il motore di questa 125 ’76 è stato accuratamente preparato, infatti monta un carburatore Bing da 34mm oltre all’accensione elettronica Motoplat a volano interno, mentre è stata eliminata la molla parastrappi sull’uscita sinistra dell’albero motore ed è stato aggiunto un tendicatena sulla primaria. Esteticamente l’unica differenza che appare evidente è un taglio verticale che divide le alette di raffreddamento del cilindro sui due lati, alette che sono verniciate in nero con lo spessore lucidato. Rispetto alla 250 possiamo notare che manca il collegamento tra il telaio e la parte posteriore della testa, inoltre il telaio è stato irrigidito con un distanziale in lega leggera tra gli attacchi anteriori del motore, lo scarico è logicamente meno dimensionato, ma è identico nella foggia e conserva la medesima protezione in lamiera. In quegli anni negli SS.UU. le normative relative alle emissioni inquinanti diventavano sempre più rigide e facilmente questo fu il motivo per il quale la produzione in serie di questo modello non fu mai avviata,….peccato, perchè la moto si presenta molto bene e rappresenta una accurata evoluzione del modello ’75 mantenendo un aspetto molto personale ed elegante.

NB: nelle foto si vede montato un carburatore DellOrto che è stato utilizzato in fase di messa a punto, lo ha poi sostituito un Bing come descritto nel testo.

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RITORNO ALLE ORIGINI

A molti, soprattutto, ai giovani l’espressione vecchio trial non piace, soprattutto la parola vecchio li preoccupa, come se nascondesse una formula per sovvertire un sistema consolidato di concepire il trial, ma vecchio significa anche vero, originale, “come era stato inteso da chi lo aveva inventato”, vale a dire con poche semplici regole, per essere capito e apprezzato da chi lo pratica senza dover sempre cavillare su un labirinto di normative di mai certa applicazione che fanno nascere eccessi agonistici e sottili furberie finendo per rovinare puntualmente la festa, o quanto meno a mettere in dubbio la legittimità dei risultati. Dagli anni ottanta il trial si è evoluto, ma anzichè seguire il dettato dei regolamenti sono stati quasi sempre questi ad adeguarsi alle esigenze del trial business trasformandolo da quello che noi vecchi abbiamo conosciuto, e cioè uno sport a misura d’uomo, dove un pilota era in condizione di realizzare un prototipo e con quello vincere i campionati, in uno sport per funamboli, come se non fosse evidente che con un mezzo attuale i nostri vecchi idoli avrebbero realizzato le stesse performance che raggiungono i piloti di oggi.

All’inizio erano solo pochi sassi spostati lungo la linea ideale di percorso, poi si è cominciato con gli inviti davanti agli ostacoli, creati ad arte e con grande abilità, ma anche con la compiacenza dei giudici di zona, spesso in soggezione davanti ai piloti di fama ed inclini ad evitare di avere con loro discussioni (che in questo caso non sarebbero mai state inutili). Non si capiva perchè le zone erano definite NO STOP quando poi era una gara a chi stava più tempo fermo in sur-place, non ci si rendeva conto che si stavano cambiando le regole al solo scopo di spettacolarizzare questo sport.  Gli organizzatori cominciarono a preoccuparsi sopprattutto del lato commerciale degli eventi sportivi,  si preoccuparono della visibiltà delle zone, delle strade di accesso per il pubblico, subordinando a questi fattori le scelte tecniche e realizzando spesso tracciati con difficoltà assurde al solo scopo di dare spettacolo.

Uno sport per essere credibile deve essere impostato su regole che non possono e non devono essere cambiate, soprattutto non devono essere sconvolte come è successo nel trial. Ora il pilota non è più solo, il pilota è in condizione di dover solo pensare a superare l’ostacolo, non deve vedere altro, per tutta il resto la gara è gestita da un equipe: gli dicono dove mettere la ruota, gli tengono aggiornata continuamente la situazione di gara, gli asciugano il sudore e se fanno zero gli danno una pacca sulla spalla, esattamente come fa al circo il domatore che dà lo zuccherino al cavallo dopo una esibizione ben eseguita, con una differenza: il circo è spettacolo e si fa con gli animali che abbiamo addestrato sfruttandone non tanto l’intelligenza che è limitata, quanto l’istinto; il trial dovrebbe invece essere sport e lo praticano gli uomini che sono stati dotati di un loro valido cervello, e come in tutti gli sport che si rispettino la competizione deve essere tra uomini, con la loro testa, il loro fisico, la loro moto (e -oserei aggiungere- la loro capacità di tenerla efficiente). Ogni supporto sia tecnico che psicologico deve operare al di fuori del contesto di gara, esattamente come era all’inizio il ….vecchio trial.

In tanti anni si è continuato a inventare nuove regole, quasi sempre senza un apprezzabile motivo, assecondando un agonismo esasperato che ha cancellato lo spirito di correttezza e di lealtà che dovrebbe caratterizzare qualsiasi sport, non si è mai provveduto invece a mettere tutti i piloti su uno stesso piano facendo in modo che potessero avere a loro disposizione strumenti di pari efficienza e soprattutto semplici e alla portata di tutti, ora le moto pesano meno di 70 chili, e non è finita, l’evoluzione è continua, e con il diminuire del peso logicamente aumentano i costi e il mercato si restringe sempre di più: estrema professionalità dei mezzi, elevato costo di acquisto e di mantenimento, necessità di avere una equipe di sostegno con tanto di seguidor attrezzato di licenza, moto, supporti tecnici etc., questi sono i motivi per i quali molti desistono dall’avvicinarsi al trial.

Capisco che a livello mondiale prevalgano interessi per i quali non credo che si tornerà mai indietro, ma penso che si potrebbero raggruppare gli appassionati delle categorie inferiori con una formula che accetti alla partenza moto con caratteristiche più umane: peso minimo in ordine di gara di 90 chili e sella a cm 70 minimi da terra, sono due presupposti semplicissimi da verificare e consentirebbero di abbassare notevolmente i costi, i costruttori non  avrebbero più la necessità di utilizzate materiali costosi per ridurre il peso, e le moto costerebbero meno e potrebbero svilupparsi facilmente anche a livello artigianale con maggior offerta e maggior competizione.

Molte di queste osservazioni avrei già voluto farle una trentina di anni fa, quando già avevo il presentimento che il trial si sarebbe evoluto in questo modo, ma in cuor mio speravo di sbagliarmi, in ogni caso sarebbe stato prematuro e sarei stato solo una voce fuori del coro, ora invece vedo che le cose stanno cambiando, molti si sono resi conto della situazione attuale e ne hanno compreso le cause. Senz’altro si può fare qualcosa per ritornare alle origini, ma la cosa più importante penso che sia quella di aprire il discorso, parlarne e poi insieme costruire qualcosa di diverso, di nuovo(=vecchio).

Che voi siate o meno d’accordo con me  non importa, potete comunque essere utili con le vostre idee per valutare quale sia la migliore delle soluzioni.

 

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OSSA 250 DMR Short Track

N.B.: difficilmente troverete notizie di questo modello nei siti Ossa spagnoli, perchè esso nacque e fu prodotto in circa 150 pezzi dalla Yankee negli Stati Uniti dove nei primi anni’70 ottenne un gran numero di vittorie,  fu poi evoluto nel modello ST1 del quale parleremo a suo tempo (per ora sono ancora all’inizio del restauro di una di queste moto)

Ossa DMR su telaio Yankee-Champion con motore a 5 marce 1970 (una delle 150)

Nel 1969 l’importazione delle motociclette OSSA negli Stati Uniti da parte della Yankee Motors di Schenectady N.Y. era avviata da poco e il grande Dick Mann era alla ricerca di una moto competitiva che gli consentisse di partecipare alle gare su pista corta del Grand National Championship A.M.A. nella categoria (250cc) .        (su questo sito puoi trovare “UNA STORIA AMERICANA” dove racconto  come  interpretarono il motociclismo sportivo negli States).   La Ossa aveva sul mercato i modelli Scrambler, Trial , Enduro e Wildfire che montavano il motore di 230cc che era apprezzatissimo per le già ottime prestazioni.  Mann, come era sua consuetudine, decise di intervenire in prima persona e partendo da queste basi, allestì la sua moto da gara.

Dick nelle prime gareil primo prototipo DMR

All’inizio si trattava del telaio da cross (scrambler) con leggere modifiche indirizzate per lo più ad eliminare parti non necessarie all’uso specifico ( freni, cavalletto, messa in moto, etc.) e a modificare la posizione di guida, le foto che abbiamo trovato ci mostrano un mezzo apparentemente raffazzonato, ma evidentemente a Dick nella fase di collaudo interessava più la sostanza che la forma; di  queste moto con motore a 4 marce ne furono prodotte pochissime, nel frattempo la Ossa metteva sul mercato il modello Scrambler TT a 5 marce che rappresentava una ottima base per realizzare una short-track utilizzando i componenti offerti  dalla Yankee.

arrivano subito i successi

Intanto Mann aveva allestito il nuovo telaio, con tubi più sottili e di diametro maggiore  in acciaio al Cromo Molibdeno che venne poi costruito  sia per il motore a 4 marce che nel ’70 per quello a 5 ( gli attacchi al telaio nelle due versioni di motore sono tra di loro differenti).  Con questo telaio debuttò vincendo nel ’69 al Santa Fè Short National terminando poi il campionato al secondo posto alle spalle di Mert Lawill.   La moto nella sua configurazione finale dimostrò di essere una delle migliori flat-tracker della minima cilindrata: maneggevole, stabile e pronta nell’inserimento in curva, con un basso baricentro che la rendeva facile da controllare nella derapata, inoltre la potenza del motore era veramente eccezionale, con una erogazione fluida e progressiva fin dai bassi giri.     Il telaio venne prodotto dalla Champion in innumerevoli versioni per poter accogliere ogni tipo di motore, ma rimase sostanzialmente sempre una replica di quello che Dick Mann aveva costruito e portato in gara a Santa Fè nel 1969.

Mann non era solo un appassionato pilota, ma anche un validissimo tecnico, e come tale era molto apprezzato dalle aziende che operavano nel settore motoristico che lo misero in condizione di utilizzare le più avanzate tecnologie per ricavarne potenze davvero incredibili. Questa versione del motore, come d’altronde il nuovo telaio, vennero prodotti e commercializzati con la sigla DMR ( Dick Mann Replica) e sono oggi ricercatissimi dai collezionisti.   In tutto vennero realizzate circa 150 OSSA 250cc DMR, ma moltissime furono le Ossa che furono modificate ulizzandone i componenti.                  Nel 1970 Dick Mann conquistò per la seconda volta il Grand National Championship A.M.A.

Darril Hurst (34) era un valido pilota che fra i primi utilizzò in gara una di queste moto: fu grazie a lui che il nipote si avvicinò al mondo delle competizioni e fu con le sue moto (e con la sua tuta) che partecipò alle prime gare, sarebbe poi diventato un grandissimo, il suo nome è Kevin,

   Kevin a 18 anni

sì, fu proprio Kevin Swantz che ereditò dallo zio il numero di gara ed a lui riconoscente lo conservò fino alla fine della carriera.

  <come era prima del restauro

 

La moto che vedete nelle foto con il numero 34 è stata acquistata negli Stati Uniti tramite eBay e restaurandola ho avuto modo di analizzarla in ogni particolare: nonostante monti un telaio originale Ossa scrambler TT, ogni particolare è stato modificato e integrato dai nuovi componenti in modo molto professionale, così i mozzi, in particolare quello posteriore del tipo Quick Change che consentiva nel breve intervallo tra le manches di gara di invertire rapidamente il senso di rotazione della ruota girando la corona sul lato opposto,   le sospensioni, la cui corsa veniva ridotta a una decina di centimetri, i comandi a pedale dove il poggiapiedi destro era posizionato più in basso e più in avanti che sul lato sinistro, etc.

 Quick Change Hub

Sui primi modelli i freni erano inesistenti ed espressamente vietati dal regolamento (chi resta perplesso forse non ha mai provato a frenare la moto su un piano sabbioso e a perderne il controllo: alle velocità che si raggiungono su una pista di questo genere è meglio non farsi prendere dall’istinto, e se i freni ci fossero l’istinto sarebbe quello di usarli…fuori luogo), per rallentare e fermarsi a bordo pista nei motori a quattro tempi era sufficiente il freno motore  e in quelli a  due tempi si montava un decompressore, solo successivamente fu consentito unicamente l’uso del freno posteriore e si utilizzarono freni a disco (che erano di norma comandati tramite cavo).

 motore  4 marce su telaio OSSA scrambler TT con forcella Telesco, anno 1969

ecco una prova effettuata nell’agosto del 1970 dalla rivista americana CYCLE-WORLD

Questa è la tipica posizione che assume il pilota in rettilineo con la mano sinistra sulla forcella per migliorare la posizione aerodinamica e lo sguardo a terra, non guarda avanti, conta fino a un numero precalcolato, e solo allora alza la testa per affrontare il corner.

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OSSA 125 ENDURO PHANTOM ’74 per Llorenc

La OSSA realizzò anche dei modelli da 125cc per il fuoristrada: esattamente la ENDURO PHANTON e la PHANTOM125. Le moto avevano i telai identici alle corrispondenti 250cc (SUPERPIONEER e PHANTOM 250) e ne seguirono l’evoluzione con piccole modifiche di anno in anno, così nel 1975 si montarono  il carburatore Bing e gli ammortizzatori più inclinati.       La moto da cross aveva lo scarico basso, nel 1976  ne fu approntato un modello con lo scarico alto definito dagli spagnoli bufanda (che significa sciarpa) e sospensioni di maggior escursione identiche alla 250cc, ma rimase praticamente allo stato di prototipo (le poche unità realizzate finirono negli Stati Uniti dove ritengo che dall’importatore furono date in mano ai piloti ufficiali ), mentre veniva proseguita la produzione del vecchio modello.  sia i modelli da cross che quelli da enduro furono realizzate anche nella cilindrata di 175cc che aveva un buon mercato negli UU.SS. dove veniva esportata la maggior parte della produzione.        In Italia arrivarono alcune Enduro Phantom e pochissime unità da cross a differenza che in Francia dove questi modelli furono più diffusi.             Il motore era derivato dal 250, nel carter pompa del quale venivano inseriti degli spessori anulari per diminuirne il volume, questo era un evidente ripiego per evitare di realizzare  nuovi stampi ed effettuare apposite fusioni, d’altro canto i volani interni erano necessariamente troppo piccoli rispetto a quelli della 250 ed un rimedio bisognava escogitarlo. Intendiamoci il sistema non era da disprezzare, semplicemente quello che mi sento di criticare è il modo poco preciso con il quale erano effettuati i montaggi e le lavorazioni di accoppiamento, per questo motivo i motori utilizzati a livello agonistico rivelavano spesso limiti di tenuta. Erano moto molto belle esteticamente ed ebbero un discreto successo di vendite, ma agonisticamente non ebbero mai risultati eclatanti.

OSSA ENDURO PHANTOM 125 '74

Io ho avuto modo di restaurare una Enduro Phantom per l’amico Llorenc, un collezionista spagnolo,  ora gli sto preparando una Phantom modello ’76 della quale Vi parlo nel prossimo articolo.

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JAKE: una Ossa E’73 da battaglia

Jake

Negli ultimi anni alcuni appassionati preparatori si sono impegnati nella  elaborazione della  Ossa E’73 per le gare di regolatità per moto d’epoca, ho seguito l’evoluzione dei loro interventi e, dissentendo per molti versi dalle loro idee, ho deciso di mettermi in gioco in questo specifico campo.
Innanzitutto ho analizzato la moto e, considerando che il motore a mio avviso non ha bisogno di radicali modifiche se non una messa a punto che gli consenta di avere oltre all’ottima erogazione ai bassi e medi regimi che già dimostra, anche un maggiore allungo, ho deciso di intervenire a fondo sulla ciclistica.
Il telaio di questa moto è particolarmente pesante e soprattutto è impostato in modo tale che il motore risulta esageratamente avanzato, a evidente discapito della guidabilità: questa moto è sempre stata considerata un vero mulo, ma ha sempre avuto problemi di maneggevolezza.
Questa caratteristica risulta evidente  se si analizza attentamente la disposizione dei pesi sulle due ruote: il motore così avanzato appesantisce la guida rendendo particolarmente impegnativo ogni cambio di direzione.
Queste considerazioni mi hanno convinto ad intervenire soprattutto sul telaio per modificarne le caratteristiche e alleggerire la guida di questa moto, perciò ho messo giù un progetto dove la parte centrale del telaio è stata arretrata di 25mm  ed il perno del forcellone è stato avanzato di altri 30mm e abbassato di 10 : totale 55mm di arretramento del motore che è stato pure inclinato in avanti di 20mm. in questo modo si è ottenuto un abbassamento del baricentro ed il motore è ora più prossimo alle pedane  quindi molto più gestibile negli spostamenti di peso. Logicamente il telaio è stato allungato sul davanti per mantenere l’interasse e una inclinazione del cannotto di sterzo di 30°.
In effetti sembra molto complicato, ma in effetti è esattamente quello che avrebbero potuto e dovuto fare all’epoca  i tecnici della Ossa per rendere la moto più competitiva …lo fecero solo successivamente con il modello Super Pioneer, la cui impostazione telaistica è molto simile a quella di JAKE, ma forse erano ancora in ritardo, perchè la concorrenza nel frattempo non era rimasta con le mani in mano.
Dopo aver impostato il telaio ho deciso per il momento di montare il cilindro di una Desert Phantom, leggermente più spinto e con alettatura maggiorata, con un carburatore Bing da 38mm e quindi dovuto necessariamente adeguare anche gli altri elementi della moto: cassa filtro, espansione,gruppo sella/paragango posteriore.
Ne è uscita una moto esteticamente molto ben bilanciata (anticipo una foto scattata in fase di costruzione), ora devo terminare molti particolari dopodichè Vi farò avere altre notizie.
Purtroppo sono molto impegnato e non posso anticiparVi la data del debutto, presumo sarà in occasione di una gara di regolarità Gruppo5 dove non mancherò di sottoporla all’esame di chi ha saputo tante volte vincere con le Ossa da Enduro come Armanni, per verificare dai loro commenti la concretezza delle mie scelte,
a presto

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restauro: OSSA M.A.R.250 Mk2

Voglio raccontarVi di un restauro che mi ha dato grandi soddisfazione e che sono orgoglioso di aver esguito: la Ossa M.A.R. 250 Mk2 di Mario Casati di Cremeno in Valsassina.
La moto era stata acquistata dal padre e quando questi è venuto a mancare è finita in mano ai figli che se la sono passati di mano l’un l’altro e, come di solito succede, non se ne sono mai presi molta cura, salvo personalizzarne l’estetica….alla fine è rimasta abbandonata all’aperto per anni, tanto che si presentava molto arrugginita e ossidata nelle parti in alluminio, ma si vedeva dalla corona e dalle gomme (montava ancora i Pirelli MT13 originali) che non aveva fatto molti kilometri. Alla fine uno dei figli, per l’appunto il Mario, appassionatissimo di cose antiche, ha deciso di restaurarla e mi ha interpellato tramite il Teto (Fulvio Adamoli). E’ stato proprio il Teto che me l’ha portata, mi conosce da quando correva e ci incontriamo sempre a Novegro, aveva già potuto vedere molte mie realizzazioni, e si è fidato pienamente.
Alcune parti in alluminio erano talmente intaccate dall’ossido che non potevano più garantire la sicurezza, così si è dovuto sostituire il cerchio anteriore, sempre per via dell’ossido i ferodi si erano scollati dai ceppi dei freni, il telaio prima della verniciatura è stato in molte parti smerigliato per togliere le tracce di ruggine profonda, dopodichè la verniciatura effettuata a polvere come era in origine gli ha ridato il vecchio splendore. Tutte le bullonerie sono state smerigliate e zincate (o cromate), particolari in gomma, sella, parafanghi, leve, catena, pneumatici sostituiti, manubrio rifatto come l’originale con l’aiuto del Claudio Moioli di Lierna perchè era troppo corroso per poter pensare di recuperarlo senza comprometterne la resistenza,  riverniciatura delle parti in vetroresina con decorazione verde e oro e copertura finale con trasparente Alto Solido. Trattamento interno del serbatoio con Tankerite-Gum (con la vetroresina è d’obbligo).
Ormai queste moto le conosco molto bene, ma quando le ricostruisco non manco mai di consultare i disegni esplosi e le foto originali ricavate dalle pubblicità e dalle prove effettuate all’epoca dalle riviste specializzate,… non mi fido mai delle foto che appaiono sulle riviste di oggi dove è consuetudine  far passare per pienamente attendibili  restauri eseguiti senza la necessaria precisione….guarda come era quando è stata  realizzata, ma fallo sui documenti contemporanei alla messa in vendita, e non puoi sbagliare! E’ a questo scopo che ho speso una fortuna per crearmi una collezione di riviste straniere dove sono riportate le prove delle moto alle quali sono interessato, e ora le trovo utilissime, un vero e proprio punto di riferimento.
Bisogna fare molta attenzione ad acquistare ricambi per le moto spagnole perchè spesso si trovano in vendita pezzi aftermarket replicati che non hanno nulla a che vedere con i pezzi originali, a volte vanno bene lo stesso per usare la moto, ma certamente non vanno bene a chi la moto la vuole restaurare. Negli anni ’70, come succedeva anche in Italia per le marche italiane, si era sviluppato un mercato parallelo e si realizzavano molte parti di ricambio compatibili, spesso differenti nella foggia (a volte anche più performanti) ma chiaramente non originali, ed oggi non possono essere spacciate per tali, possono tutt’al più  essere utilizzate nelle competizioni d’epoca per salvaguardare le moto e migliorarne le prestazioni.  Nello stesso modo bisogna riconoscere che tanti artigiani in Spagna hanno replicato ad un ottimo livello parti non più reperibili sul mercato, così per esempio i complessi di scarico sono stati rifatti molto bene,  allo stesso livello sono i parafanghi in alluminio di ottima fattura ed identici nella forma.�
Se vogliamo ottenere un restauro al massimo livello non dobbiamo perdere di vista il fatto che spesso basta un adesivo applicato un centimetro spostato rispetto alla sua posizione originale per vanificare ore ed ore di impegnativo lavoro e diminuire drasticamente il valore del mezzo, i particolari non devono mai essere trascurarti….gli operai che provvedevano al montaggio non improvvisavano ed ogni pezzo veniva assemblato con identici movimenti, il bello del restauro sta proprio nel cercare di entrare nella testa di chi aveva montato i pezzi all’epoca e ripetere quei gesti con precisione, senza nulla trascurare, altrimenti sarebbe…troppo facile…(il pressapochismo è il peggior nemico di chi vuole recuperare un vecchio oggetto).
Gli ammortizzatori (sul mercato si possono trovare ammortizzatori nuovi che però sono completamente differenti dagli originali BETOR i quali non erano revisionabili salvo una sostanziale modifica del sistema di chiusura) sono stati ricostruiti e il motore è stato aperto e sorpresa!!! lo si è trovato in ottime condizioni, le guarnizioni avevano tenuto perfettamente ed il volano, che normalmente si trova coperto di ossido era invece perfettamente conservato, evidentemente il carter non era mai stato aperto ed il silicone con cui lo avevano montato alla Ossa ben 37 anni fa aveva tenuto perfettamente…incredibile. Ad ogni buon conto il motore è stato aperto e controllato, per precauzione più che per necessità sono stati sostituiti i cuscinetti ed i paraolio, il cilindro è stato ripulito per bene, è stata ravvivata la rigatura della canna e sono state montate fasce nuove (quelle famose fasce da 0,7mm che montava questa moto e che ora sono estremamente rare). Sostituzione dei cablaggi come sempre trovati “cotti” in corrispondenza del passaggio tra la sella ed il serbatoio, cavi nuovi e la moto è finalmente pronta per essere fotografata per chiedere l’iscrizione al registro storico F.M.I.,……un mese di attesa ed arriva la scheda approvata della nostra moto,
finalmente possiamo pagare tre anni di bolli arretrati e rimetterla in circolazione… 
Ora è possibile se si gira per la Valsassina, magari di sabato perchè il Mario Casati è sempre molto impegnato con il lavoro, incontrarlo con la sua Ossa mentre va a prendersi un caffè al bar, felice della sua moto e orgoglioso di averla rimessa a nuovo, e se volete proprio che ve lo dica orgoglioso lo sono anch’io….grazie Teto! grazie per la fiducia e grazie per avermi fatto conoscere Mario Casati, non mi era mai successo di incontrare una persona tanto entusiasta!

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LA PATANEGRA

Roberto Inzoli è un bravo ragazzo, vero appassionato del trial d’epoca, uno che le gare le fa per viverle, sì perché vincere o perdere quando c’è la passione e si ha qualche anno in più non ha poi molto senso, il bello è partecipare perchè la moto ci faccia vincere non tanto verso gli avversari quanto piuttosto verso i nostri limiti .

Intendiamoci, Roberto non è affatto un fermo, in moto ci sa andare e anche bene, ma non ha quella cattiveria agonistica che porta spesso alcuni concorrenti a fare carte false pur di arrivare davanti.
Roberto è da sempre amico di Pericle Pavesi dal quale si fece restaurare una OSSA M.A.R. e successivamente costruire una Bianchi con la quale ha partecipato a parecchie gare.
Lo scorso anno Roberto è venuto a trovarmi chiedendomi di preparargli una OSSA per le gare d’epoca, logicamente mi ha  trovato entusiasta, e subito abbiamo fatto una serie di considerazioni in base alle quali si è deciso di partire con il progetto “PATANEGRAovvero una OSSA da me reinterpretata con utilizzo degli stessi materiali  e utilizzando le medesime tecniche di lavorazione che venivano utilizzati all’epoca, ma con idee mie.
Conoscendo bene i vari modelli Ossa  sapevo bene come la T80 fosse molto ben messa a livello sospensioni, ma piuttosto delicata nel telaio, inoltre la impostazione del baricentro era a mio avviso troppo alta a discapito della stabilità e della maneggevolezza.

Quindi ho messo giù un disegno con le modifiche da apportare e ho potuto verificare che unendo la parte posteriore della T80 alla parte anteriore della M.A.R. si poteva ottenere una struttura  meglio dimensionata, con il motore più inclinato in avanti ed il telaio più rigido.            >>> Telaio Pata <<<


Detto fatto, mi sono messo all’opera e di due telai da rottamare ne ho fatto uno come dicevo io, ben consapevole del fatto che il mio lavoro era solo all’inizio, sì perché da questo punto in poi tutto era da ricostruire, dallo scarico alla cassa filtro, al silenziatore, alle ruote alle forcelle etc

camicia pataIl motore è stato ricavato da un modello 350 (77×65=302,68cc)del 1976 al quale è stata sostituita la camicia con l’aggiunta di due travasi alimentati attraverso due fori praticati nel pistone e la diversa conformazione della luce di scarico.
Anche la testa è stata modificata e, pur mantenendo invariato il rapporto di compressione, si è creata una corona di squish a 0,2 mm di distanza dalla testa del pistone, cosa che è sembrata sacrilega a molti, ma che invece ha la sua bella importanza nella resa complessiva di questo motore. Per questi interventi non ho potuto fare tutto in casa e per alcune lavorazioni di precisione  mi sono avvalso della collaborazione dell’officina di rettifica NEGRINI che come al solito mi ha dato piena disponibilità.
Lo scarico è stato realizzato da OLISALD in due pezzi per consentirne il montaggio, nelle misure risultanti dal calcolo effettuato secondo il sistema Bossaglia ed è stato predisposto, in corrispondenza dello spillo di uscita, di un alloggiamento per l’inserimento a titolo sperimentale di ugelli di varie misure per l’accordatura secondo il sistema De Laval . (Anche se lavoriamo su moto non più attuali mi sembra giusto approfittarne per tenerci al corrente delle evoluzioni della tecnica)
>>> Sistema di scarico <<<

 

carrucola frizionePer il resto ho montato un carburatore Dell’Orto da 28mm e realizzato una cassa filtro di circa 2 litri di volume in PVC saldato a freddo con filtro in spugna sintetica, silenziatore OLISALD a sezione semicircolare con labirinto in entrata e lana di vetro nella parte posteriore; il comando della frizione è stato modificato con riduzione dello sforzo di trazione al 50%!!!

Alla forcella Betor sono stati sostituiti gli steli ed il sistema ammortizzante con quelli della Garelli: molle corte e più caricate con distanziali da 120mm garantiscono una risposta più progressiva ed un minor peso.
Ammortizzatori GAZI, freni e cerchi in alluminio a bordo alto mi sono stati forniti dal Pavesi, che ora si occupa della diffusione di questi accessori, che tra l’altro nel ns. caso specifico hanno avuto un comportamento più che ottimo. I cerchi sono stati anodizzati in nero e trattati con il sistema BARTubeless a tenuta stagna che consente il montaggio degli pneumatici Tubeless sia all’anteriore che al posteriore.
Le finiture estetiche non sto a raccontarle, si vedono bene nelle foto, penso di aver detto tutte le cose importanti della PATANEGRA… anzi no…una cosa  me la  stavo dimenticando… la moto è piaciuta a tutti e va molto bene, Inzoli ne è entusiasta, l’ha già portata all’estero in occasione di importanti competizioni d’epoca dove ha avuto apprezzamenti anche da parte di molti intenditori ed ex piloti OSSA. Nella mia presunzione sono sicuro che sia la Ossa da trial più performante a livello assoluto mai realizzata(a parte la nuova Tr280i),…. ma aspetto di sentirlo dire dagli altri, è più appagante.


Per quei pochi che non ne sono al corrente PATANEGRA è il nome di una razza suina autoctona della Spagna, i famosi maiali dalle zampe nere che vengono allevati allo stato brado e si nutruno in prevalenza di ghiande. I prosciutto che viene prodotto rappresenta l’eccellenza a livello mondiale, si lo so per gli animalisti non è bello, ma perlomeno questi la vita la passano liberi nei boschi di querce, come fossero cinghiali.

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Un punto di incontro per appassionati trialisti e non solo…

Era da molto che pensavo di dover aprire un sito sul trial, ma forse non avevo ancora le idee chiare sui contenuti che dovesse avere.
Ora che l’ho aperto mi rendo conto che tutto quello che posso fare è parlare del mio trial, quello che mi ha appassionato ed ha riempito la mia vita, spesso dissociandosi dalle scelte di chi lo ha governato in questi anni e ha lasciato che venisse privilegiato in sempre maggior misura l’aspetto funambolico di questo sport, a discapito del fatto che più si spettacolarizzavano gli ostacoli, più i potenziali acquirenti di questo tipo di moto si intimidivano e prediligevano altre scelte. Trenta anni fa era ancora normale che i ragazzini usassero normalmente un cinquantino da trial per i loro spostamenti, ugualmente i loro genitori potevano cimentarsi in gare a livello regionale anche senza avere il tempo di effettuare una preparazione particolarmente impegnativa, ci si divertiva senza guardare tanto al punteggio, le zone erano abbastanza fattibili, mai pericolose…Chi aveva l’X Factor trialistico si metteva sempre in evidenza. Ora non è più così: voler partecipare alle competizioni anche a livello regionale comporta l’impegno di prepararsi assiduamente, investire per avere i mezzi aggiornati con cui competere, organizzare vere e proprie squadre di sostegno, indispensabili perché la lotta non è più limitata al pilota in gara, ma diventa veramente una guerra tra differenti fazioni, dove troppo diventa lecito. E tutto questo ha dei costi che limitano enormemente le possibilità di selezione.
Non mi sembra proprio più il caso di chiamarlo sport.
Intendiamoci queste incongruenze non sono solo di oggi, embrionalmente accadevano anche trenta anni fa, ma è proprio da allora che bisognava lavorare per eliminarle, già allora erano incongruenze, più allora che oggi, visto che oggi anziché eliminarle si è provveduto addirittura a regolamentarle.
Il mio punto di vista è chiaro da sempre: nello sport questi sono fatti illeciti, ed i fatti illeciti non vanno regolamentati, ma perseguiti.

L’altro giorno mi ha telefonato Roberto Inzoli che insieme a Giulio Mauri stava guardando questo sito per dirmi che in Italia mancava un simile punto di incontro per trialisti d’epoca ,mi hanno detto: è una bella cosa averlo fatto, ma, giustamente, è importante dargli da mangiare…nel senso che bisogna inserire continuamente nuovi contenuti. Hanno proprio ragione, l’impegno è più grande di quanto non potesse sembrare, ma con un po’di buona volontà cercherò di rimediare, intanto ritagliandomi uno spazio di tempo settimanale da dedicare a questo scopo, questo senza trascurare di rispondere alle eventuali Vs. mail. Intendiamoci, non voglio creare uno dei tanti blog dove tutti dicono la loro spesso senza sapere di cosa stiano parlando, sarebbe una noia per tutti e il poco tempo a disposizione va gestito nel migliore dei modi quindi siano benvenuti tutti gli amici che la pensano come me , e anche gli altri amici che pur pensandola diversamente hanno cose interessanti da dire.

P.S. Mi sono rivolto ai trialisti perchè hanno riempito il mio mondo negli anni nei quali partecipavo alle competizioni, ma sia chiaro che questo sito è aperto a tutti: Enduristi, o meglio sarebbe dire Regolaristi, Crossisti, piloti di Dirt Track e di Speedway, purchè siano appassionati e abbiano le ruote ….sporche di terra

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